Il divorzio, e più in generale la fine di una relazione coniugale, è un momento di profondo cambiamento che tocca non solo gli aspetti pratici della vita (casa, economia, rete sociale), ma anche la dimensione più intima dell’identità. Quando una coppia si separa, è necessario ricostruire non solo la quotidianità, ma anche il “sé” costruito insieme all’altro. Questo processo può essere doloroso e complesso, e non sempre viene portato a termine.
Le sei dimensioni del divorzio secondo Bohannan
Paul Bohannan (1973) ha descritto sei “stazioni” attraverso cui una coppia passa nel divorzio:
- Divorzio emozionale – è il distacco dal progetto di vita comune, la perdita delle speranze condivise.
- Divorzio legale – lo scioglimento giuridico del vincolo matrimoniale.
- Divorzio economico – il cambiamento dello status finanziario di uno o entrambi i partner.
- Divorzio comunitario – la rottura della vita in comune, il distacco da amici, famiglia e rete sociale condivisa.
- Divorzio genitoriale – quando i genitori divorziati devono ridefinire le modalità di relazione con i figli.
- Divorzio psicologico – la separazione del sé dall’influenza dell’ex coniuge, cioè imparare a vivere interiormente senza l’altro.
Il divorzio “ideale”, psicologicamente parlando, è quando tutti questi livelli vengono elaborati: entrambi i coniugi accettano la fine, comprendono le dinamiche che hanno portato alla rottura e riescono a costruire nuovi progetti individuali.
Il lutto della separazione
Per chi subisce una separazione non desiderata, la fine del rapporto è spesso paragonata a un lutto, come suggerisce la psicologia dell’attaccamento.
Secondo il “modello ciclico del lutto” elaborato da David Sbarra e Robert Emery (2005), emergono tre emozioni centrali:
- Amore: nostalgia, speranza di un ritorno.
- Collera: rabbia per le ingiustizie subite.
- Tristezza: senso di vuoto, solitudine, talvolta pensieri depressivi.
Se queste emozioni vengono riconosciute, affrontate ed elaborate, il processo può portare a una “rinascita” personale, permettendo di accettare la fine della relazione e di riconfigurare la propria vita.
Ma cosa succede quando non viene fatto questo lavoro psicologico?
Il “legame disperante”: quando il conflitto non si risolve
Alcune coppie non riescono a raggiungere un vero divorzio psicologico. A questo punto entra in gioco il concetto di “legame disperante”. Questo legame nasce quando spezzare la relazione significherebbe affrontare un’angoscia talmente profonda da risultare insostenibile.
Allo stesso tempo, il mantenimento della relazione (anche solo a livello legale) è vissuto come distruttivo, perché impedisce la guarigione.
L’altro diventa “il male”: è visto come responsabile di ogni sofferenza, e la rottura viene perseguita non tanto per ricominciare, ma per punire l’altro (dal punto di vista legale, psicologico, economico).
In queste dinamiche, il sistema giudiziario (es. tribunale, affidamento) viene utilizzato come palcoscenico della rivalsa, mentre strumenti clinici più utili (mediazione familiare, terapia) vengono rifiutati.
Cosa fare
Dal punto di vista psicoterapeutico e della mediazione familiare, ci sono alcuni percorsi che possono aiutare ad uscire dal circolo distruttivo del legame disperante:
- Lavoro terapeutico individuale
- Favorire la messa a fuoco del proprio progetto di vita, separato dall’altro: ricostruire una propria identità.
- Sviluppare strategie di coping che non siano basate sul conflitto legale, ma sulla guarigione interiore.
- Mediazione familiare
- Coinvolgere un mediatore neutrale può fornire uno spazio sicuro per negoziare i bisogni e le paure senza che tutto diventi una battaglia giudiziaria.
- Promuovere una comunicazione rispettosa riguardo ai figli: stabilire modalità di scambio di informazioni che non utilizzino i figli come messaggeri.
- Elaborare la “nuova normalità”
- Creare rituali simbolici di chiusura (anche solo metaforici) per rappresentare la fine della relazione (lettere, parole non dette, simboli).
- Favorire la costruzione di nuovi legami sociali, di amicizie o gruppi di supporto, per ricostruire una rete relazionale che non sia quella condivisa con l’ex.
Una separazione ad alta conflittualità può essere vissuta come un trauma ripetuto — non solo per la perdita, ma per lo scontro continuo. Lavorare su di sé può significare anche affrontare ferite più profonde legate allo stile di attaccamento, alla percezione di sé come “abbrutito” o “tradito”.
Non è solo importante sopravvivere alla separazione, ma crescere dopo. La psicoterapia può aiutare a sviluppare una visione di sé come capace di ricostruire e reinventarsi, non solo per “guarire”, ma per prosperare in una nuova fase.