Hai mai pensato al tuo corpo come se fosse una casa?
“Prenditi cura del tuo corpo, è l’unico posto in cui dovrai per sempre vivere”.
Eppure, per molte persone, il rapporto con la propria immagine è attraversato da insoddisfazione, confronto e senso di inadeguatezza. Lo specchio può diventare il luogo in cui cercare difetti, anziché riconoscersi nella propria interezza. Quando il valore personale finisce per dipendere da ciò che vediamo riflesso, il corpo smette di essere uno spazio da vivere e diventa qualcosa da controllare e modificare. Imparare ad abitarlo significa allora costruire, poco alla volta, uno sguardo più rispettoso e meno giudicante verso di sé.
Uno degli elementi che può contribuire all’insoddisfazione corporea è il confronto sociale. Guardiamo il corpo degli altri e, spesso senza rendercene conto, lo utilizziamo come parametro per valutare noi stessi:
“Lei è più magra di me.”
“Lui è più muscoloso.”
“Io non ho quel fisico.”
Il confronto diventa particolarmente problematico quando viene utilizzato per stabilire il proprio valore personale.
I social network possono amplificare questo meccanismo, soprattutto quando espongono continuamente a immagini selezionate, modificate e costruite secondo determinati ideali estetici.
Il problema non è soltanto vedere corpi differenti dal proprio, ma interiorizzare l’idea che esista un determinato corpo che dovremmo avere per sentirci abbastanza.
Il corpo non è il nostro valore
Uno degli aspetti importanti del lavoro psicologico sull’immagine corporea riguarda proprio la separazione tra valore personale e aspetto fisico.
Quando l’autostima dipende fortemente dall’immagine corporea, una variazione percepita nell’aspetto può avere conseguenze molto più ampie:
“Oggi mi vedo male, quindi non valgo.”
“Non mi piace il mio corpo, quindi non posso sentirmi bene.”
“Se gli altri mi giudicano negativamente, significa che c’è qualcosa che non va in me.”
L’obiettivo terapeutico non è necessariamente arrivare ad amare ogni parte del proprio corpo.
Può essere molto più realistico e terapeuticamente significativo imparare a non far dipendere il proprio valore dalla propria immagine.
Accettare il corpo significa amarlo?
Non necessariamente.
La body positivity ha contribuito a portare l’attenzione sull’importanza di contrastare gli stereotipi estetici e la vergogna corporea. Tuttavia, per alcune persone può essere difficile passare direttamente da “odio il mio corpo” a “amo il mio corpo”.
In questi casi può essere più utile un passaggio intermedio: la body neutrality, ovvero, non devo necessariamente pensare che il mio corpo sia bello ogni giorno.
Posso imparare a pensare:
“Il mio corpo non deve piacermi sempre per meritare rispetto.”
“Posso prendermi cura del mio corpo anche quando non mi piace.”
“Il mio corpo non determina il mio valore.”
“Posso vivere la mia vita senza aspettare di avere il corpo che desidero.”
Questo cambiamento può sembrare piccolo, ma può rappresentare un passaggio importante nel percorso terapeutico.
L’obiettivo della terapia non è solo “mangiare”
Quando una persona presenta un disturbo alimentare, il trattamento non riguarda esclusivamente il comportamento alimentare.
È fondamentale lavorare anche sulle emozioni, sulle convinzioni, sull’autostima, sulle relazioni e sul significato che il cibo e il corpo hanno assunto nella vita della persona.
In terapia si può imparare, progressivamente, a:
- riconoscere i pensieri negativi legati al corpo;
- ridurre il confronto e il controllo corporeo;
- affrontare gradualmente le situazioni evitate;
- sviluppare modalità più flessibili di rapporto con il cibo;
- riconoscere e gestire le emozioni senza utilizzare il cibo o il controllo del corpo come unica strategia;
- costruire un’autostima meno dipendente dall’aspetto fisico;
- sviluppare un rapporto più rispettoso con il proprio corpo.
Il percorso può richiedere tempo e, quando necessario, può prevedere il coinvolgimento di una équipe multidisciplinare, composta da figure psicologiche, mediche e nutrizionali.
Imparare ad abitare il proprio corpo
Forse uno degli obiettivi più importanti non è arrivare a guardarsi allo specchio e piacersi sempre.
È poter tornare a vivere: indossare un vestito senza chiedersi continuamente come appare il proprio corpo. Mangiare senza sentirsi in colpa. Andare al mare senza trascorrere la giornata pensando a come si viene percepiti. Fare attività fisica perché fa stare bene e non per “rimediare” a ciò che si è mangiato. Stare con gli altri senza sentirsi costantemente sotto esame.
Il corpo può tornare così a essere qualcosa che ci permette di fare esperienza del mondo, non un oggetto da controllare continuamente.
Quando chiedere aiuto?
Se i pensieri sul corpo, sul peso o sull’alimentazione occupano una parte significativa della giornata, se condizionano le relazioni, il lavoro, lo studio o la vita sociale, oppure se sono presenti comportamenti alimentari rigidi, abbuffate, condotte compensatorie o forte paura legata al corpo, può essere importante chiedere un supporto professionale.
Prendersi cura del rapporto con il corpo significa, prima di tutto, prendersi cura della persona nella sua interezza.