“Ce l’ho fatta. E adesso perché non mi sento felice come immaginavo?”
È una domanda che molte persone si pongono dopo aver raggiunto un traguardo importante: una laurea, una promozione, la fine di un lungo percorso terapeutico, una gara sportiva, la nascita di un figlio, un trasferimento desiderato o persino la realizzazione di un sogno coltivato per anni.
Ci aspettiamo che il raggiungimento di un obiettivo coincida con un’esplosione di felicità duratura. Eppure, non è raro sperimentare un senso di malinconia, vuoto o persino tristezza. Questa esperienza, per quanto possa sembrare paradossale, è del tutto comprensibile ed è stata descritta sia dalla ricerca psicologica sia da importanti autori della psicoterapia.
La fine di un percorso è anche un piccolo lutto
Ogni obiettivo richiede un percorso. Durante quel percorso costruiamo abitudini, identità, relazioni e una direzione quotidiana.
Quando arriviamo alla meta, non perdiamo solo la fatica: perdiamo anche ciò che per mesi o anni ha organizzato la nostra vita.
Lo psichiatra e psicoterapeuta Irvin D. Yalom descrive come i grandi cambiamenti della vita, anche quelli desiderati, possano confrontarci con temi esistenziali profondi: il significato, il cambiamento, la libertà e l’incertezza. Ogni conquista segna infatti la fine di una fase della nostra esistenza e ci obbliga a chiederci:
“Chi sono adesso?”
In questo senso, ogni traguardo comporta anche una piccola separazione dalla versione di noi stessi che ha vissuto per raggiungerlo.
L’anticipazione spesso è più intensa del risultato
Lo psicologo Daniel Gilbert, professore ad Harvard e autore di numerose ricerche sull’affective forecasting, ha dimostrato che gli esseri umani tendono a prevedere in modo impreciso quanto saranno felici dopo un evento positivo.
Sovrastimiamo l’intensità e soprattutto la durata della felicità che proveremo.
Immaginiamo che ottenere quel lavoro, quella casa, quella relazione o quella medaglia cambierà stabilmente il nostro benessere. In realtà, dopo un iniziale entusiasmo, il nostro equilibrio emotivo tende gradualmente a ritornare ai livelli abituali.
Questo fenomeno è noto come adattamento edonico (hedonic adaptation) ed è stato studiato da ricercatori come Philip Brickman e successivamente approfondito da Sonja Lyubomirsky.
Il cervello si abitua sorprendentemente in fretta alle novità, anche a quelle molto positive.
Il cervello è costruito per inseguire, non per fermarsi
Dal punto di vista neuropsicologico, il sistema dopaminergico è fortemente coinvolto nella motivazione e nell’anticipazione della ricompensa.
Per molto tempo si è pensato che la dopamina fosse semplicemente la “molecola del piacere”. Oggi sappiamo che il suo ruolo principale riguarda soprattutto il desiderio, la ricerca e la motivazione.
Le ricerche del neuroscienziato Kent Berridge distinguono infatti tra:
- wanting (desiderare);
- liking (provare piacere).
Il cervello produce una forte attivazione mentre stiamo cercando di raggiungere qualcosa. Una volta ottenuto, quella tensione motivazionale diminuisce naturalmente.
Per questo motivo alcune persone descrivono una sensazione quasi di “svuotamento” dopo aver concluso un progetto importante.
Quando l’obiettivo diventa parte della nostra identità
Lo psicologo Carl Rogers sosteneva che il benessere dipende dalla possibilità di vivere in modo autentico e in continuo processo di crescita. Se tutta la nostra identità si concentra su un unico obiettivo (“quando mi laureerò sarò finalmente una persona di valore”, “quando correrò quella maratona sarò felice”), il raggiungimento della meta può lasciare spazio a una domanda difficile:
“E adesso chi sono?”
L’obiettivo aveva dato significato, struttura e direzione alla quotidianità. Una volta raggiunto, può emergere un senso di smarrimento finché non si costruiscono nuovi significati.
Anche la psicologia positiva invita a guardare oltre il successo. Infatti, lo psicologo Martin Seligman, distingue tra il semplice piacere e il benessere duraturo.
Secondo il modello PERMA, il benessere nasce dall’equilibrio tra:
- emozioni positive;
- coinvolgimento nelle attività;
- relazioni significative;
- senso e significato;
- realizzazione personale.
L’obiettivo raggiunto rappresenta solo uno di questi elementi. Se tutto il nostro benessere dipende esclusivamente dal risultato, è normale che, una volta ottenuto, si crei una sensazione di vuoto.
La tristezza non significa che il traguardo fosse sbagliato
Una delle paure più frequenti è pensare:
“Se sono triste, forse non era davvero quello che volevo.”
Nella maggior parte dei casi non è così. Le emozioni possono convivere. Possiamo essere soddisfatti e nostalgici, felici e spaventati, orgogliosi e contemporaneamente disorientati.
Lo psicologo Winnicott ricordava come la crescita comporti inevitabilmente la capacità di tollerare stati emotivi complessi e apparentemente contraddittori; le emozioni, infatti, non si escludono a vicenda, spesso coesistono.
In conclusione
La tristezza dopo un successo non è un segnale di debolezza né l’indicazione che abbiamo scelto l’obiettivo sbagliato ma può essere la naturale conseguenza di un cambiamento importante.
Ogni traguardo chiude un capitolo della nostra vita e, contemporaneamente, ne apre uno nuovo.
Forse la domanda più utile non è: “Perché non sono felice?”, ma:
“Chi sto diventando ora che sono arrivato fin qui?”
Perché, in fondo, gli obiettivi non sono il punto di arrivo della nostra crescita: sono semplicemente una tappa del viaggio.